Macchie d'Inchiostro

Ruri
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Nell'affresco sono una figura di sfondo.

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Ruri, Romilda, Clarisse, un sacco di altri nomi che non si ricorda.
Spectre; Shura fan; lettrice accanita. Qualcos'altro forse, molto poco. Loquace sulle cose insensate; Storica; Imbrattacarte, ma con criterio. Almeno dicono.
Di professione soldato, per ora. Poi chissà, potrebbe decidere qualcosa di peggio.



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B_NORM    
view post Posted on 22/1/2012, 14:40 by: RuriQuote

-Prima Parte-
Tuscia: le Origini


La mia Terra è terra brulla di colline troppo alte e monti troppo bassi.
C'è una montagna, nella mia Terra, che si erge solitaria nella pianura come il naso di un gigante e se la scali ti ritrovi a fissare il mondo come fossi in cima ad una nuvola: piccolo, nero e solitario come il Piccoletto di Rascel.
La mia Terra è piena di colori. E' il rosso e il marrone d'autunno, con i ciclamini che sbucano violacei da sotto le foglie morte; è l'oro del grano d'estate e il nero della terra bagnata; è l'acciaio dei laghi e il verde delle foglie e delle alghe.
E' una Terra di pietre antiche, che custodisce montagne di ossa e ha assorbito fin troppo sangue.
Nella mia Terra ci sono laghi che covano in profondità i ricordi del magma, con la sabbia nera di ferro che scintilla al sole e lucci dai denti appuntiti.
E' una Terra di leggende, spiriti e fantasmi. Di tombe profonde decorate da mani antiche con banchetti infiniti e leopardi; di balconi dai quali si sporgeva la bella Galiana; di paladini che stringono Durlindana nella mano ferma e di Papi che pontificano in palazzi che si reggono solo sui portici.
La mia Terra sospira e sussurra: non alza mai la voce. Non ne ha bisogno, per far capire quel che intende. E' una Terra di Dei antichi che sono rimasti, malgrado tutto, a vigilare su coloro che la calpestano.
Una Terra di passaggio. Passavano i pellegrini, passavano i francescani, passavano le stagioni sui Monti Cimini, la Barabbata con le sue passate il quattordici maggio, la notte delle streghe e le streghe del giorno.
E poi i fantasmi: quelli non passano mai.
Rimangono nei pozzi e a Villa Perla. Rimangono, ad aleggiare sui mortali che vengono e poi vanno e stanno come d'autunno sugli alberi le foglie.
E' la Terra di una principessa rinchiusa su un isola, di una donna troppo bella da offrire in sacrificio, di un cavaliere con il destino eroico già segnato. Di paludi, zanzare, noccioleti sconfinati e ulivi che si abbarbicano sulle pietre scarne.
Ci sono mostri nella mia Terra che sono giganti di pietra: nascono dal basso e sorgono con bocche spalancate e denti smussati, pronti ad ingoiare qualsiasi cosa. E ogni pensiero vola. C'è una città che si stringe attorno le sue pietre e lentamente muore.
E' la Terra di Etruschi dal naso aquilino, di Romani arroganti, di Papa-Re.
Sotto di sé, nel suo silenzio, custodisce una spada.

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Mi Tierra
Comments: 0 | Views: 4Last Post by: Ruri (22/1/2012, 14:40)
 

B_NORM    
view post Posted on 13/1/2012, 20:32 by: RuriQuote

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Salve, sono un Ariete.
A prima vista forse non sembro così eclatante. Il maschio della pecora, sai che ci vuole. D'accordo, hai delle bellissime corna ma sono ritorte: non c'incorni nessuno.
Quindi al primo impatto mi prendete un po' sotto gamba.
In fondo, non ho le corna appuntite e la maestosità del Toro, figuriamoci del Leone che agita quella sua criniera (puzzolente, fra l'altro). Non sono un bel figurino come la Vergine o l'Acquario, neanche elegante come un Sagittario.
Insomma, uno mi guarda e di solito se ne esce con un ghigno e un belato.
"Cia-a-a-a-o Ari-e-e-e-ete! Bee-ee-eella lì!"

Io sorrido. Sono un tipo sorridente, lo sapete? E' difficile strapparmelo via, il sorriso. Difficile, non impossibile, e vi assicuro che è meglio non provarci. Insomma, sorrido. Dò pacche sulle spalle a tutti e aspetto che la gente mi conosca.
Basta frequentarmi un poco per scoprire che il mio ritmo non tutti lo sanno mantenere. Che volete farci? Sotto quel bel manto candido, morbido e lanoso (siamo bellissimi da abbracciare, provateci!) si nasconde un fuoco inestinguibile. Non lo diamo a vedere subito, ma se uno fa attenzione ce lo legge negli occhi.
E poi l'impara a sue spese.

Noi siamo fatti così: siamo allegri, vitali, corriamo da tutte le parti e niente ci ferma. Poco o molto poco ci spaventa. C'è un ostacolo? Va affrontato, e di petto! O di testa, per la precisione. E' qui il problema con i muri. Puoi voler bene ad un Ariete quanto ti pare, ma se gli si presenterà mai davanti un muro bhe... è la fine, sappilo.
Ti avverto perché è bene essere preparati.
L'Ariete, quelli come me insomma, prenderanno quel muro a capocciate finché non crolla. E' inutile cercare di spiegarci che facendo un passetto di lato lo evitiamo quel muricciolo da niente.
Inutile.
E se questo vale con i muretti di campagna, che dopo due incornate vengon giù (Oh, se vengon giù. Ve l'assicuro. Poco resiste alla cornuta ostinazione di un Ariete), vale ancor di più per i muri spessi tre metri di Fort Knox.
Non che l'Ariete sia stupido eh. Non fate quest'errore. Lo sappiamo benissimo che quel muro non cadrà. Però lo devi prendere a capocciate lo stesso.
E' il principio! E' l'autoaffermazione, l'orgoglio, la testardaggine, l'ostinazione di un Ariete che non può andare avanti se si lascia mattone su mattone alle spalle.
E ci sono Arieti, ve l'assicuro, che con la pura forza della cocciutaggine han tirato giù veramente la Muraglia Cinese.

Ancora convinti di frequentare la pacifica pecorella?

Sarò oggettivo. Abbiamo un sacco di difetti, noi Arieti.
La testardaggine, appunto. C'impuntiamo su ogni minima cosa e abbiamo ragione per...

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Comments: 0 | Views: 20Last Post by: Ruri (13/1/2012, 20:32)
 

B_NORM    
view post Posted on 27/12/2011, 16:29 by: RuriQuote
L'ennesima storia di un mio pg. Ma quasi quasi io la presentazione non la faccio più, tanto è così ovvio che risulta inutile.
Tsk.

***



I marezzi del mio pelame scarlatto si confondono 
col riverbero delle grandi sabbie. 
Soffio dalle narici lo spavento delle solitudini. 
Sputo la peste. 
Mangio gli eserciti, 
quando s'avventurano nel deserto. 
Ho le unghie ritorte a succhiello, 
i denti tagliati a sega; 
e la mia coda roteante è irta di dardi 
che lancio a destra, a sinistra,
 in avanti, in dietro. 
Guarda! 
Guarda! 



CITAZIONE
Disposizione Riservata N° 587
Code "Alef"

In merito al decesso del Cap. LIAM s'invia la comunicazione riservata relativa al comando della 6^ Cp Cavalleggeri.
Si allega in riferimento all'oggetto la scheda personale del Ten. THORN, dichiarato Comandante ad interim e l'attestato di comando.
L'arrivo del Ten. THORN è previsto in zona operativa a gg 7 dalla presente.
L'originale di questo documento risulta firmato ed è custodito nell'ufficio relativo del Comando di Reggimento.

IL COMANDANTE DI BATTAGLIONE
Ten. Col.
E. ROUE'.

Il Maresciallo Solar alzò le sopracciglia così tanto che per un attimo pensai stessero per staccarglisi dalla faccia. Poi cominciò ad imprecare allegramente in spagnolo, senza che io riuscissi a capire una sola parola in mezzo a quell'intrico di esse cantilenate che stava sciorinando. Assunsi un'espressione imperturbabile e rimasi a fissare un punto della tenda, aspettando che la piantasse di parlare da solo.
"Ventidue!" urlò.
Ambo.
"Cosa, Marescià?"
Mi sventolò il pezzo di carta sotto il naso, furibondo. "Ha ventidue anni! Un Tenentucolo di ventidue anni ci mandano, come se non avessi abbastanza da fare adesso mi ritroverò a fare da balia a questo imbecille!"
Rimasi in silenzio perché quando i superiori sclerano così davanti a te è bene che te ne stai zitto, e questo l'avevo imparato da tempo, però un fischio d'approvazione mi sfuggì: vacca boia, se era già Tenente a ventidue anni sto ti...

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Grafomania
Comments: 0 | Views: 21Last Post by: Ruri (27/12/2011, 16:29)
 

B_NORM    
view post Posted on 23/12/2011, 21:02 by: RuriQuote
Nella notte fra il quattro e il cinque dicembre feci un sogno. Un sogno bellissimo.
Ho trasformato le immagini in frasi come ho potuto, nei limiti della mie capacità, ed eccolo qui.

Un regalo complessivo, a prescindere da quello che si festeggia.


***


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***






Mi ero definitivamente persa nei vicoli del Centro Storico quando decisi, esausta, di ricorrere ad un taxi. Il primo giorno avevo tentato di prendere confidenza con la rete di mezzi pubblici della Capitale: pochi minuti persi ad uno sportello informazioni disinformato ed ore intere passare ad aspettare autobus fantasma mi avevano rapidamente dissuasa.
Con una cartina spiegazzata alla mano e comode scarpe da ginnastica avevo deciso di affrontare l'Urbe a piedi, chiedendomi ad ogni passo come riuscissero i capitolini ad orientarsi in quella città caotica e sfrenata.
Ormai però i piedi mi dolevano e mi sembrava di portare, invece delle fedeli Adidas, un paio di scarpe di piombo. La macchinetta fotografica mi pendeva dal collo come una macina e la cartina giaceva, inerte e stropicciata, sul fondo della borsa.
Ero arrivata all'esasperazione.
Quando riuscii finalmente a sedermi sul morbido sedile del taxi emisi un sospiro di sollievo: quel lusso mi sarebbe costato caro - i tassisti erano notoriamente esosi- ma… al Diavolo!
Era Natale e potevo permettermelo.
La macchina partì, infilandosi lentamente nel caotico traffico natalizio del centro, e una pioggerella fine cominciò a scendere dal cielo, costringendo autoctoni e turisti a scappare in cerca di riparo od acquistare un ombrello dal provvidenziale venditore ambulante, come sempre comparso dal nulla.
Io avevo chiuso gli occhi, godendomi quel salatissimo viaggio, cullata dal rombare tiepido del motore e dal ticchettio ormai insistente della pioggia.
Riaprii gli occhi di scatto quando la macchina si fermò bruscamente.
Preoccupata, mi sporsi verso il sedile del tassista: "Che succede?" chiesi.
"Perché siamo fermi?"
Il tassista, un rugoso cinquantenne con più buchi che denti in bocca, mi portò un dito dall'unghia ingiallita dalla nicotina alle labbra e sibilò: "Ssshhh."
Stavo per ribattere bruscamente, infastidita da quella confidenza che non gli avevo concesso, quando lo sguardo mi cadde sul parabrezza.
Ci eravamo fermati vicino al Castello e la pioggia si era fatta più rada, ammantando il paesaggio di un'evanescente cortina grigia.
Ma ogni goccia che cadeva sul vetro non scivolava più via, sospinta dai tergicristalli: si allargava a stella ghiacciando all'istante.
Decine di rose di ghiaccio punteggiavano la macchina ed ogni cosa attorno a noi.
Improvvisamente avevo freddo.
Il tassista si...

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Comments: 0 | Views: 25Last Post by: Ruri (23/12/2011, 21:02)
 

B_NORM    
view post Posted on 20/12/2011, 21:42 by: RuriQuote
Da dove gli venga il nome, di preciso, non lo sa nessuno.
C'è chi parla di etruschi, chi di fenici, chi si stringe nelle spalle e confessa che in fondo non gl'interessa granché. Si chiama Marta, come il fiume che l'attraversa, e le uniche cose che davvero contano sono le acque nere del lago e la terra rossa.
E' sacra quella terra, sottovoce la gente lo confessa. E' sacra, perché è rossa come sangue. E' sacra che gli etruschi la scavavano perché custodisse le loro tombe.

Sulla terra rossa di Marta c'era una casa, ed era rossa anche lei una volta. Con i muri spessi mezzo metro perché si pensava fossero antisismici così e perché la tramontana non li facesse ondeggiare. Con la torretta che dall'alto fissava il lago e la cantina che scendeva giù fredda e umida. Odorava di muffa la cantina e sul fondo, appoggiando la mano a terra, si sentivano le tombe dei pescatori.
Era una casa che ai fantasmi piaceva.
Scricchiolava con il vento, veniva attraversata dai fulmini, traballava un po' sotto i terremoti lasciandogli il contentino di far scivolare giù una tegola.
Aveva i muri rossi e le imposte verdi.

Tutt'attorno alla casa si stendeva il giardino. C'era l'orto e poi la lunga discesa verso la vigna e il campo grande dove svettava il noce. Davanti al portico la fontana, con la ninfa che sorridendo beata strangolava il pitone, e l'alloro che ad ogni anno si faceva sempre più alto, più alto e alla fine divenne quadrato.
Poi, lungo sentieri che non percorreva nessuno, c'era il frutteto. Gli alberi si alternavano senza nessuna logica: il nocciolo accanto al melo davanti al fico a pochi passi dal susino. E poi un altro melo, striminzito, e il mandorlo. Lungo la rete s'intrecciavano rovi pieni di more.
Sotto al fico, un po' nascosto, c'era il pozzo. Una cisterna per raccogliere l'acqua piovana, rigorosamente chiusa. Mamma mi prendeva per mano e mi vietava di avvicinarmi, altrimenti sarei caduta nel pozzo e l'etrusca mi avrebbe portato via.
Io l'etrusca la volevo conoscere invece. Se c'era una signora che viveva nel pozzo volevo parlarle.
Che poi il tappo era di assi di legno marcio e si poteva sbirciare all'interno. Allora si vedeva l'acqua nera e il pallido riflesso del sole.
Non era mai ferma, quell'acqua. Sulla sua superficie c'erano sempre delle minuscole increspature che facevano dondolare tutto e la mia ombra, quando mi sporgevo per guardare giù, s'ingrandiva e tremolava.
L'etrusca del pozzo era un fantasma triste.
Si era suicidata per amore, mi raccontò, per quello rimaneva nel pozzo: non poteva uscirne. Allora io le portavo i fiori, fiorellini di campo, per consolarla.
Aveva un sorriso bianchissimo sotto tutti quei boccoli neri. Teneva i fiori fra le mani e poi li spargeva sull'acqua, a corona, e lì ondeggiavano fino ad appassire.
Gli chiesi se era tanto triste, alla fine, essere un fantasma...

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Comments: 0 | Views: 12Last Post by: Ruri (20/12/2011, 21:42)
 

B_NORM    
view post Posted on 7/12/2011, 19:24 by: RuriQuote
Ad opera di Antonio De Leo.



CITAZIONE
Giuro per Tolkien Maestro e Gygax e Arneson ed il Bianco Lupo e per tutti i dadi di qualsivoglia formato, chiamandoli a testimone, che eseguirò secondo le forze ed il mio giudizio, questo giuramento e questo impegno scritto: di stimare il mio Manuale di questa Arte come il mio Mentore e recarlo sempre meco e di proteggerlo nel bisogno e che considererò le sue espansioni e moduli come parte di me e ne trasmetterò il contenuto ai miei giocatori, se essi desiderano apprenderlo; di rendere partecipi delle Regole e delle Interpretazioni e di ogni altra dottrina i miei Gruppi ed i Gruppi del mio Mentore e gli allievi legati dalla Fratellanza del Gruppo e vincolati dal Giuramento del Master, ma nessun altro.

Regolerò la difficoltà degli incontri per il bene dei giocatori secondo le mie forze ed il mio giudizio; mi asterrò dal TPK e dall’accanimento.

Non infliggerò ad alcun pg, neanche se richiesta, una morte indegna, né suggerirò una simile opzione; similmente, a nessun pg donna io imporrò un bikini in cotta di maglia.

Con innocenza e purezza custodirò la mia vita e la mia arte. Non tenterò di incidere l’anima indurita del Powerplayer, ma mi rivolgerò a coloro che sappiano blandirli.

In qualsiasi casa andrò, io vi entrerò per diffondere allegria e divertimento, e mi asterrò da ogni raggiro e danno volontario e da ogni azione perturbatrice delle azioni dei pg maschi e femmine, deboli o potenti.

Quel che io possa vedere o sentire durante il mio esercizio o anche fuori sulla vita dei Giocatori, tacerò di quel che non è necessario al Gioco, ritenendo cose simili sacro segreto.

E a me, dunque, che adempio un tale giuramento e non lo calpesto, sia concesso di godere della vita e dell’arte, onorato da ogni Gruppo per sempre. Mi accada il contrario se lo violo e spergiuro.

Comments: 0 | Views: 3Last Post by: Ruri (7/12/2011, 19:24)
 

B_NORM    
view post Posted on 3/12/2011, 01:59 by: RuriQuote
Da piccola non avevo bambole.
O meglio, ne avevo ma non m'interessavano: il mio istinto materno era latente anche allora, figuriamoci. Al massimo giocavo con le Barbie, per il gusto di fare storie romantiche e strappalacrime. Poi ho deciso che potevo farlo anche con i cavalli (Spirit, continuo a dirlo, mi ha rubato l'idea) e invece delle Barbie compravo i cavalli di Barbie.
Ce li ho ancora, per chi se lo stesse chiedendo.

I miei giocattoli preferiti comunque erano due: un garage, immenso, con le relative macchinine e una pista da corsa (di quelle elettriche, non saprei neanche come definirla: aveva i binari e le macchine facevano contatto, camminando. Qualcuno mi aiuti!). Soprattutto il garage comunque. Avevo uno svarione di macchinine, ricordo ancora un furgoncino blu con gli sportelli posteriori che si aprivano (oh no, era un Ducato!) e che io riempivo di cabuchon di ametista e una limousine vecchio stile viola con il tettuccio bianco.
Le facevo viaggiare, sempre sulle stesse strade, e litigare fra loro: immaginavo i conducenti che s'insultavano perché la limo faceva manovra e occupava mezza strada, o il ducato si perdeva il carico. Cose così.
Molto realistiche, ora che ci penso.

Quand'ero piccola, in più, avevo una conoscenza automobilistica da far invidia: sapevo riconoscere ogni marca e modello di auto, più tutte le targhe (quando le targhe indicavano ancora la provincia e volevano dire qualcosa). Insomma, per avere meno di dieci anni me la cavavo.

In più in macchina ho fatto dei viaggi allucinanti. Ed erano della auto allucinanti.
Mi ricordo perfettamente la Ritmo, color carta da zucchero: io l'adoravo (aveva le maniglie tonde, TONDE, capite? Era di una bruttezza incomparabile) e mia madre l'odiava. Ce la rubarono e nonna parcheggiò esattamente nel posto lasciato vuoto dalla povera Ritmo.
Mi chiedo che diamine ci abbiano fatto.

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Poi c'era l'Alfa Romeo 33. La Trentatré. Una macchina fantastica, io l'amo ancor oggi e potendo la preferirei a mille Giuliette, Mito o quant'altro. Era la Trentatré.
Color canna di fucile, con la scritta "Pininfarina" ben in vista fra gli sportelli anteriori e quelli posteriori.
Un turbo diesel spaventoso, non teneva le curve (ma niente eh, era terrificante) e aveva il cambio che sembrava quello di un camion da quanto vibrava. Io avevo attaccato sul finestrino del passeggero uno sticker di Simba de Il Re Leone. Fin da piccola la desiderai: volevo la patente solo per poter guidare quella macchina.
Invece, com'era prevedibile, la Trentatré ci ha abbandonato prima che io raggiungessi l'età legale per patentarmi. Di poco, perché avevo quindici o sedici anni quando l'abbiamo rottamata, ma è andata. Mi manchi, Trentatré.

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Comments: 0 | Views: 14Last Post by: Ruri (3/12/2011, 01:59)
 

B_NORM    
view post Posted on 26/11/2011, 14:52 by: RuriQuote
Ad Halloween ho giocato a Vampire - Dark Ages, e mi sono molto affezionata al personaggio che avevo creato per l'occasione. E' diventato più importante di quanto credessi, per me. Tant'è che alla fine ho deciso di scrivere qualcosa per lui. Gli voglio tanto, tanto bene.


---




Il sangue scivolò lungo la lama fino a cadere a terra, in una pozza che si faceva via via sempre più larga. Il ragazzo ansimò, cercando d’ignorare il sapore di sangue in bocca e il dolore pulsante al braccio destro che gli pendeva inerte lungo il fianco. Passò la lingua sui denti, sussultando dal dolore quando andò a sfiorare il buco lasciato dal molare che l’ultimo colpo gli aveva fatto sputare a terra. Alzò lo sguardo, appannato, verso le mura di Leòn, piena di grida, fiamme, fumo.
Si rese conto all’improvviso, vedendo quattro cavalieri dirigersi a spron battuto verso di lui, che ventitré anni sono troppo pochi per morire.
Per morire sotto le mura di una città perduta, nel sangue e nel fango. Per morire fuggendo.
Fece una smorfia e si preparò ad assorbire l’impatto: con un po’ di fortuna non l’avrebbero decapitato in corsa. Con un po’ di fortuna ne avrebbe portato almeno un altro con sé, prima di essere trafitto e cadere nel fango.
I cavalieri si avvicinavano rapidi e implacabili.
Sollevò piano la sciabola, cosciente di non essere in grado né di fuggire né di sopravvivere all’urto. Morire per morire, a ventitré anni, decise in quel momento che sarebbe morto a fronte alta.
Sputò un grumo di sangue sul terreno, ergendosi in tutta la sua altezza: era imponente, per quanto sporco, lacero e ferito.
I cavalli s’impennarono a pochi passi da lui, e i soldati cominciarono a schernirlo, le lance puntate contro il suo petto. Sforzandosi sarebbe riuscito a riconoscere quel dialetto, quell’idioma franco tanto odiato. Ne conosceva qualche parola, ma non le voleva ricordare. Non aveva la forza anche per ricordare.
Attese.
Un cavaliere smontò, divertito. Sangue gl’imbrattava l’armatura una volta lucente ora ammaccata in più punti. Si squadrarono, due visi coperti di polvere e fumo, entrambi con l’odore della guerra sulla pelle.
Khaled alzò la sciabola, ma non fece in tempo a fare neanche un passo. Il giavellotto del secondo cavaliere gli attraversò la spalla sana, inchiodandolo a terra con un grido di dolore. Fissò il cielo con rassegnazione, imprimendosi nella mente le strisce di fumo nero che tagliavano l’azzurro: stava morendo per il cielo di Al Andalus e voleva ricordarlo, anche dopo la morte.
Il viso ghignante del franco entrò nel suo campo visivo. Un sorriso sempre più grande, mentre alzava la spada per dare il colpo di grazia.
Khaled non chiuse gli occhi e lo vide. Vide quel sorriso allargarsi, ed esplodere come un bocciolo rosso sangue. Vide una mano nera ritrarsi dalla nuca del franco, dopo avergli strappato con facilità mezza testa. Sentì il fruscio delle spade sguainate e le urla dei moren...

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Grafomania,
Vampirlesque
Comments: 0 | Views: 28Last Post by: Ruri (26/11/2011, 14:52)
 

B_NORM    
view post Posted on 10/11/2011, 17:48 by: RuriQuote
Sto male.
Questo è un dato di fatto: sono raffreddata, sto tossendo via i polmoni, ho un mal di testa lancinante e mi bruciano gli occhi. Spero solo di non avere la febbre.

Sto male, appunto. Tanto da strozzarmi tossendo, da consumare pacchi su pacchi di fazzolettini di carta e da desiderare ardentemente il letto.

Non è una colpa, immagino. O almeno io non ho mai visto la malattia come una colpa (alcuni bigotti cristiani d'altri tempi sì, ma per fortuna non faccio parte della specie). Potrei provare schifo per un malato, se questo fosse ricoperto di piaghe purulente, o gli uscisse sangue da tutti gli orifizi, o fosse piegato in due a vomitare bile. Potrei, ma non mi succede. Ho visto cose peggiori a Lourdes e comunque sono abbastanza intelligente da rendermi conto delle condizioni di un malato.
Purtroppo ho un pessimo vizio però: penso che la gente reagisca come reagisco io.
O in maniera molto simile.
E se posso scusare che a qualcuno facciano schifo i ragni (a me non danno problemi) o le cavallette (idem) o l'antropofagia; decisamente non posso scusare qualcuno che, davanti una persona che si sta strozzando tossendo, non è in grado di dire altro che "oh però stammi lontana che mi riempi di germi".

Cosa?
Scusa puoi ripetere?
Non ti sto starnutendo in faccia. Non lo sto facendo volontariamente, sto soffrendo e tu l'unica cosa che sei in grado di dirmi è "allontanati"?
Ma sei deficiente?
Non pretendo infermiere. Non voglio che qualcuno che a malapena considero amico mi rompa i coglioni. Libero di pensare quel che vuoi ma, almeno, abbi la decenza di startene zitto.

Se poi fai così davanti a qualcuno con un semplice raffreddore (no davvero, ti fan sentire un appestato) spero che tu non debba mai finire in mezzo a gente con malattie peggiori. Perché cosa faresti? Un bel foro d'areazione in testa, così non ti contagiano?

Se fossi una persona vendicativa vi augurerei lebbra, colera e sifilide.
Dalli all'untore.
Comments: 0 | Views: 20Last Post by: Ruri (10/11/2011, 17:48)
 

B_NORM    
view post Posted on 8/11/2011, 03:36 by: RuriQuote
Ho sempre avuto la sindrome delle tre di notte. O del mattino che dir si voglia.
Un tempo, semplicemente, arrivavo alle tre per mancanza di sonno: non mi andava di andare a dormire e tiravo per le lunghe leggendo, scrivendo, cazzeggiando in varia maniera.
Ora invece arrivo alle tre e sonno l'avrei anche.
Ma non posso permettermi di andare a dormire.
Così ho trovato un sostegno: quello che un tempo mi serviva per far venire sonno ora mi serve ad allontanarlo; leggere, scrivere, cazzeggiare.

In maniera del tutto arbitraria, forse per caso, per fortuna o per disgrazia, ho instaurato un piccolo rituale delle tre.
Quando mi ritrovo ad affrontare questo periodo della notte ormai agisco in automatico. E non con i Queen, malgrado il titolo.
Apro EFP e vado a leggere Innuendo. Di nuovo.
Non c'è un motivo preciso per cui lo faccio. Non c'è un motivo preciso per cui proprio Innuendo. Semplicemente la trovo lì.
L'avrò letta una decina di volte ormai ma continuo, imperterrita, ad arrivare alle tre e rileggerla. Forse un bel giorno a forza di far così l'imparerò a memoria, chissà.
Una cosa sola posso dire: grazie, a voi che la scrivete. Grazie, perché nella notte buia mi tenete per mano.
Ed è come avere accanto un amico, una pacca sulla spalla e qualcuno che ti scompiglia i capelli dandoti la forza di resistere persino alla notte. Di non farti ingannare né dal frinire dei grilli d'estate né dalla danza della pioggia d'autunno.
Ed arrivo così fino alle quattro.
Guardo l'orologio: solo altre tre ore. Sorrido.
Tre ore da soli possono essere un tempo lunghissimo. E' una fortuna avere compagnia.
Comments: 1 | Views: 34Last Post by: Scorpio No Milo (8/11/2011, 09:57)
 

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